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The Paper Boy

SYD BARRETT

Syd Barrett è oggi un grasso signore cinquantenne, quasi calvo e con l'aria perennemente afflitta. Vive a Cambridge, la sua città d'origine, facendo vita appartata. Vede solo la vecchia madre e i fratelli, un paio di volte la settimana, e per il resto passa le giornate nel chiuso della sua modesta casa, isolato da tutto e tutti. Nessuno, vedendolo, potrebbe immaginare che a suo tempo è stato un idolo rock, amato e influente, e che oggi ancora è una mito per tutti i cercatori di leggende underground. Eppure è cosi. Trent'anni fa Roger Keith Barrett era uno dei grandi profeti del rock "progressivo", una di quelle vedette del Mondo Nuovo che stavano in alto sull'onda impetuosa dei tempi e di li avvistavano quel che succedeva. Un Frank Zappa, un Jerry Garcia, un Jim Morrison: Barrett era di quella specie. Sentiva i rapidi venti del mutamento, vedeva la realtà sgretolarsi e un altro ordine dì cose al di là, oltre le "porte della percezione" di cui avevo parlato Aldous Huxley e che i Doors avevano promesso di spalancare. In quell'altro mondo, Barrett pensava di sapere come arrivare. Il suo tappeto volante era la musica, il blues che aveva scoperto da ragazzino e poi le forme nuove che crescevano con lui: e la droga, specie l'acido lisergico, che gli era apparsa come un sacro cibo quand'era ancora studente alla scuola d'arte e di cui si nutriva voracemente. Con quei carburanti, Barrett decollò per quello che pareva un inebriante "volo magico" e fini invece per trasformarsi in un incubo, un pellegrinaggio negli abissi senza più ritorno.
Barrett aveva un complesso, i Pink Floyd, fondato con alcuni compagni di scuola sulle ceneri di piccole formazioni studentesche. Aveva inventato lui la sigla, prendendo a prestito il nome di due oscuri bluesmen della Georgia, e sempre lui impartiva le direttive della musica, componendo canzoni che in breve avevano abbandonato l'originale approdo blues per navigare i mari delle più esotiche stranezze. Forti di quella "diversità", i Pink Floyd abbandonarono presto la provincia e si stabilirono a Londra, giusto in tempo per fornire la perfetta colonna sonora alle nuove feste giovanili che fiorivano sulle rovine della civiltà beat.
Era il 1966. Il Marquee, il club più "in" delle nuove tendenze, decise di dedicare la domenica pomeriggio ai suoni e complessi nuovi, in un'orgia non solo di musica ma di luci, di ballo, di proiezioni passata alla storia come "Spontaneous Underground"- oggi si chiamerebbero "rave" e si parlerebbe dì "multimedia mix". I Pink Floyd erano i re di quelle feste e Syd Barrett il loro profeta. Salivano sul palco con i loro poveri strumenti e raccontavano storie favolose a metà fra Tolkien, Alice nel Paese delle Meraviglie e Allen Ginsberg, stupendo tutti con quelle che non erano semplici "canzonette" ma strani boccioli di "poesia & suono". Ogni tanto Barrett smetteva di cantare, lo sguardo fìsso nel vuoto, si lanciava in assoli di chitarra mai ascoltati prima, tirandosi dietro i compagni in lunghe evoluzioni che non a caso portavano nomi "spaziali" - Interstellar Overdrive, Astronomy Domine.
La straordinaria avventura culminò nella primavera 1967. I Pink Floyd fecero un balzo ancora più su e dai sotterranei delle "nuove tendenze" balzarono agli onori della cronaca e delle classifiche. Ad aprile uscì il loro primo singolo, lo splendido Arnold Layne, e quasi in contemporanea capeggiarono la più grande festa psichedelica di ogni epoca, il "14th Hour Technicolor Dream", che mantenne le promesse del titolo facendo sfilare per 14 ore, tutta una sera e una notte, i migliori e più colorati grup­pi della nuova scena. Il secondo 45 giri, See Emily Play, a luglio andò ancora meglio, e non poteva essere diversamente: i Pink Floyd avevano inventato un nuovo suono mai ascoltato prima, in bilico fra avanguardia e filastrocche infantili, con capricciosi cambi di ritmo che sconvolgevano il concetto abituale
Quando ad agosto uscì l'album d'esordio, The Piper At The Gates Of Dawn, registrato negli studi di Abbey Road negli stessi mesi in cui i Beatles avevano preparato il Sgt. Pepper, ai Pink Floyd sembrò di toccare il cielo con un dito. Ma era un cielo pericolante, sul punto di cadere. In quella frenetica rincorsa al successo, sulla cresta dei suoni nuovi, Barrett aveva dato fondo a tutte le sue energie nervose e, probabilmente, anche alla scorta degli allucinogeni. Da brillante ragazzo qual era, inquieto e ricco di curiosità, si era trasformato in un cupo hippie con lo sguardo perso nel vuoto, che reagiva con evidente angoscia all'assedio del pubblico e della stampa che lo avevano individuato come leader della nuova generazione. Cominciò a mettere in mostra comportamenti strani, a presentarsi in ritardo alle prove e ai concerti, a restare immobile durante gli show con le braccia abbandonate ai fianchi della sua chitarra, muta. Parti con i compagni per un importante tour americano, che avrebbe dovuto imporre i Floyd anche al di là dell'oceano, ma alla prima apparizione TV fece scena muta mentre la musica andava in playback e alia seconda non rispose all'intervistatore, il celebre Pat Boone, limitandosi a fissarlo con lo sguardo spento.
La tournée fu annullata, i Pink Floyd ebbero una crisi di identità e pensarono seriamente dì sciogliersi. Barrett scriveva con sempre più fatica, di malavoglia, e le sedute in studio con i compagni erana una strazio infinito. Gli fu offerto di continuare come "membro esterno" del complesso, un po' come Brian Wilson con i Beach Boys, ma la proposta cadde nel vuoto. L'ultima seduta dei Pink Floyd originali si tenne ad Abbey Road all'inizio di novembre 1967. Barrett chiese al produttore Norman Smith l'intervento della banda dell'Esercito della Salvezza per un pezzo che aveva appena composto, Jugband Blues. Il produttore acconsentì. Dopo sei ore di fatica ed equivoci, il pezzo venne terminato e andò a chiudere come un sigillo non solo il secondo album del gruppo, A Saucerful Ol Secrets, ma tutta un'epoca. Il testo era una specie di addio in codice, dal profondo della turbata psiche barrettiana: "E tremendamente cortese da parte vostra pensarmi qui/ E vi sono molto obbligato per aver chiarito che non ci sono/ E mi chiedo chi potrebbe scrivere questa canzone".
Con il 1968 Syd Barrett abbandonò i Pink Floyd e poi, con passo lento ma inesorabile, si accomiatò anche dalla scena musicale e dalla realtà tout court. Cercarono di coinvolgerlo ancora con la musica come solista, facendogli incidere un paio di dischi di stralunata "canzone d'autore" (The Madcap Laughs, Barrett): ma, per quanto affascinanti, i segnali della sua mente erano sempre più deboli e sconnessi, non registrabili dalle abituali antenne dìscografiche. Barrett tornò a Cambridge e cominciò a scavare la profonda tana che ancor oggi lo accoglie, lontano da tutto e da tutti. Per un certo periodo frequentò ancora Londra e accarezzò anche l'idea di far parte di un nuovo complesso, The Stars; ma cambiò in fretta opinione, risucchiato nelle spire della sua mente. I Pink Floyd lo onorarono nel 1975 con una famosa canzone (Wish You Were Here) e vuole la leggenda che, durante le sedute, Syd andò in studio a visitare i compagni. Era enormemente ingrassato, non aveva quasi più capelli e portava una tunica bianca come un seguace di qualche setta esoterica. Non lo riconobbero, ed è una perfetta metafora per questa strana e ambigua storia. Syd Barrett non esisteva più, quei Pink Floyd erano scomparsi e, fra le due assenze, solo il gelo del mistero e dell'incomunicabilità.